Emigrazione transoceanica: Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada, Australia |
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Negli anni sessanta, per gli operai emigrati il televisore era un lusso. A Zurigo, Basilea, Berna, Baden e San Gallo il parallelepipedo elettronico parlava in tedesco e francese. La Tsi, la Rai e le reti Mediaset non erano ancora visibili. Gli italiani passavano il tempo alla stazione, guardando melanconici i treni che salivanoe scendevano verso sud. Andava di moda una canzone strappalacrime, Povero emigrante. |
C’erano gli imbroglioni che, come negli Stati Uniti negli anni trenta, vendevano bottiglie vuote pretendendo che contenessero aria di paese.
Ci furono i primi atti d’intolleranza. Si manifestò il movimento xenofobo. Max Frisch inventò la fortunata battuta: “Abbiamo cercato delle braccia e sono arrivati degli uomini”. Ma neppure il grande scrittore svizzero conosceva gli immigrati. La prima volta che entrò al Coopi della Militärstrasse, sorpreso, osservò che non potevano essere operai italiani, poiché non portavano né canotta né salopette. Non sapeva che gli operai, quando pranzano in trattoria si mettono l’abito buono.
A Chiasso, nel così detto lazzaretto, gli emigranti erano spruzzati di zolfo. Facevano loro la lastra con i raggi röntgen per accertare che non avessero la tubercolosi. La Svizzera voleva braccia forti e sane. Se superavano gli esami, ricevevano il timbro d’entrata sul passaporto. Se malaticci, si ritrovavano stampigliata una R. Erano i
respinti. |
| L’emigrazione italiana in Svizzera (1960-1980) di Dario Robbiani (giornalista e scrittore) |
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