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Speciale Col - Piaghe di Calabria
Emigrazione transoceanica: Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada, Australia
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Emigrati calabresi in Germania
Quel giorno di dicembre di 50 anni fa la guerra era un ricordo ancora vivo e l’unità europea poco più che una chimera. L’Italia e la Germania erano alle prese con problemi contrapposti. A Sud delle Alpi, specie nel Mezzogiorno e nelle campagne, c’era un esubero di manodopera, ma mancavano le materie prime. In riva al Reno era in atto il boom economico, ma mancavano le braccia necessarie alla produzione.

L’accordo fu trovato molto velocemente e con un ritorno politico per entrambi i governi. Con la valvola di sfogo dell’emigrazione, la Dc e i suoi alleati gettavano acqua sul fuoco delle rivendicazioni sociali dei contadini meridionali, che in quegli anni erano passati più volte alle vie di fatto, occupando i latifondi e scontrandosi duramente con la polizia e gli eserciti privati degli agrari. Da parte sua il governo Adenauer puntava a introdurre nel paese manodopera a basso costo con cui arginare le rivendicazioni salariali del movimento operaio e sindacale tedesco.

Le condizioni per uno scontro frontale tra i “Gastarbeiter”, come venivano chiamati gli italiani, e i lavoratori autoctoni c’erano insomma tutte, specie se si pensa che l’occupazione tedesca da una parte e il “tradimento” italiano dall’altra erano ricordi vicini e tragici per tutti. E, in effetti, l’accoglienza riservata ai ragazzi che arrivavano dal Sud fu, all’inizio, molto dura.
A rileggere le cronache del tempo ci si trova di fronte ad un’incredibile serie di pregiudizi: l’italiano fannullone che ruba lo stipendio che il tedesco si guadagna onestamente, l’italiano assatanato che molesta le donne tedesche, l’italiano accoltellatore e via farneticando. Della lista dei luoghi comuni faceva chiaramente parte anche l’immagine dell’italiano nemico giurato dell’igiene. Peccato che ben pochi cronisti del tempo avessero l’onestà di raccontare che i “Gastarbeiter” venivano alloggiati, a decine per stanza, in baracche fatiscenti e senza servizi igienici ai margini delle fabbriche. Spesso le stesse in cui avevano penato, fino a 10 anni prima, gli “Zwangsarbeiter”, i lavoratori coatti, anche italiani, schiavizzati dai nazisti.
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