In realtà, fino ad oggi persistono nel linguaggio locale dei marinai formule e vocaboli di origine
greca, che si tramandano di padre in figlio e che si ripetono in modo quasi inconsapevole. Per esempio, quando il pesce spada è ferito si dà Kaloma, significa che si dà corda, cioè si lascia che tiri
a lungo la fune legata all’uncino conficcato nelle sue carni fino a quando, esausto e dissanguato
potrà essere tirato sulla barca.
Il fatto che la pesca del pesce spada sia tipica di una ben definita area geografica, è dovuto alle
migrazioni cui il pesce si sottopone periodicamente e che lo vedono attraversare il braccio di mare
tra Scilla e Cariddi in superficie, contrariamente alle sue abitudini di nuotare in profondità.
Per quanto riguarda le caratteristiche morfologiche, il pesce spada è uno dei pesci più grandi del
Mediterraneo. Ad un anno dalla nascita può pesare dai 25 ai 45 chilogrammi, fino a raggiungere
anche i 500 chilogrammi e i 4 metri di lunghezza. La forma del pesce è affusolata e di colore blu
scuro o nero sul dorso e biancastro sul ventre. Secondo i pescatori, il colore del pesce spada cambia
così come cambia il tempo. Vi sono diversi tipi di pesce spada: “’u pisci i iùsi (il pesce di giù) che
viene dalla Grecia e si pesca in giugno-luglio, è il più lungo, con due macchie scure vicino alle
branchie; “u pisci i San Giuvanni” che viene dal nord, va a sud-est, ha la testa più corta e si pesca
nel periodo di San Giovanni (fine giugno). Poi c’è “’u pisci invisibili”, così chiamato perchè ci
vuole molta esperienza per riconoscerlo dato che sembra una macchia d’olio: si pesca tra la fine di
giugno e la prima metà di luglio. Ce n’è un tipo chiamato “’u pisci niru” che è tutto nero anche sul
ventre e probabilmente viene dall’Atlantico. Il suo tallone di Achille è rappresentato dall’accentuata
fragilità della coda, grave difetto strutturale connesso all’eleganza della linea; infatti è proprio alla
coda che lo squalo, suo irriducibile nemico, gli sferra il colpo, troncandogli di netto l’ultimo pezzo
cilindrico e sottile del corpo, comprese ovviamente le pinne terminali. Questa mutilazione, lo
condannerà irrimediabilmente a morte sicura. Naturalmente l’elemento caratterizzante di questo
pesce, è la spada o rostro che rappresenta circa un terzo della sua lunghezza totale e da qui la
derivazione del suo nome scientifico di Xiphia (origine greca) e Gladius (origine latina).
Ritenuto per secoli e, ingiustamente, animale rissoso, nemico di ogni specie di pesce e soprattutto
del tonno, del pescecane e della balena, in realtà attacca solo per difendersi e in tal caso la sua forza
e pericolosità sono notevoli. In passato è riuscito perfino a perforare le imbarcazioni infilzando la
gamba di qualche rematore.
Il pesce spada è un animale migratore, anche se non si riunisce mai in branchi come i tonni. Ha
indole solitaria e solo durante il ciclo riproduttivo, si unisce alla femmina che non smetterà di
accompagnare in tutto questo periodo. I pescatori conoscono da secoli questo fenomeno, per cui,
nell’avvistare una coppia (parigghia), cercano di colpire prima la femmina (individuabile perché
più grossa), certi così di catturare entrambi.
I pescatori lo definiscono sensibile al tempo, al mare calmo, alle correnti particolarmente forti ma
anche ai rumori e ai cambiamenti di colori. Di notte tende ad avvicinarsi a quella parte della costa
dove il mare è poco profondo.
Il pesce spada compare nello Stretto nel mese di aprile, e a maggio la sua presenza diventerà più
frequente soprattutto nel Tirreno tra Cannitello, Scilla, Bagnara, Palmi. Da queste zone poi
scompare nei primi giorni di luglio per avvicinarsi alle coste siciliane dove rimane a volte fino a
settembre inoltrato. Quindi raggiunge le acque profonde del Tirreno dove trascorre il periodo
intergenetico (autunno-inverno).
Gli antichi, acuti osservatori, denominarono il pesce spada “galeotta”, parola che nella lingua
siciliana antica significa indovino, profeta, da cui derivò forse l’etimologia della nave “galea” che
ne ritraeva la forma , l’agilità e il rostro. Con la scomparsa dalla superficie marina, il “galeotta”
sembra preannunciare l’approssimarsi del periodo delle mareggiate autunno-inverno.
La Galea era un tipo d’imbarcazione di origine bizantina che veniva inizialmente usata per lo
spionaggio marittimo. La sua velocità e la forma affusolata ricordano il pesce spada e questo spiega
perché essa venne usata per la caccia a questo pesce. Esso di fronte all’imbarcazione non fuggiva
all’attacco perché credeva di avere davanti a sé dei pesce spada come lui.
La caccia al pesce spada è soprattutto basata sulla visibilità della preda: infatti, entra in gioco la
capacità visiva di un occhio che deve saper individuare la massa scura a grande distanza, molto
spesso a qualche metro al di sotto della superficie dell’acqua. Prima dell’arte dell’arpionaggio c’è
quindi, l’arte dell’individuazione visiva.
La concorrenza tra i pescatori si stabilisce principalmente in base alle capacità visiva
dell’equipaggio: il pesce spada appartiene a colui che lo avvista per primo.
Nel corso delle ricerche si è scoperto un dato importante e che cioè il territorio di predazione è di
libero accesso in Calabria solo a partire dall’inizio del XX secolo. Documenti storici attestano che i
feudatari del luogo avevano diritto in forma di prelievo feudale sia in natura che in lavoro sulla
pesca.
Questa rendita alieutica era collegata al possesso del mare la cui estensione era delimitata dalla
capacità visiva.
Nel 1775 la zona di pesca è ancora proprietà del feudatario: ad egli spetta 1/3 del pescato, pena il
carcere e i pescatori dipendono personalmente dal feudatario del momento, poichè vivono nel suo
feudo. |