| Storia delle Marinerie Calabresi |
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| Introduzione |
La Calabria con i suoi 780 Km di coste è la regione italiana con il più esteso sviluppo costiero, rappresentando il 10% circa dell’intero sistema litoraneo dell’Italia peninsulare. Le sue coste, rinomate sin dall’antichità classica per la loro fiorente pescosità, hanno favorito la nascita di forti tradizioni marinare. Nonostante tutto, la gran parte della popolazione calabrese si è tenuta per molti secoli fortemente arroccata sui monti. Nel IX secolo, il fenomeno, già presente a causa della presenza della malaria endemica lungo la maggior parte delle coste calabresi, fu ulteriormente favorito dalle incursioni arabe che avvenivano in massima parte dal mare. Tali incursioni ebbero l’effetto di accelerare il processo di arretramento delle popolazioni dalle coste all’interno della regione. A seguito di tale fenomeno, molti centri costieri come Locri, Temesa e Turio scomparvero; altri invece di nuova fondazione, come Catanzaro, Stilo, Gerace e Nicastro acquisteranno grande importanza nella storia dei secoli futuri.
Sulla costa tirrenica, laddove la malaria era scarsamente presente si svilupparono fiorenti scambi commerciali grazie anche alla presenza dei mercanti amalfitani prima, genovesi e pisani dopo: Reggio Calabria, Tropea e Amantea furono i principali centri di traffici durante questo periodo. Cetraro diventa il più grande centro cantieristico della regione e le commesse per le costruzioni navali provengono dall’estero e soprattutto dal governo spagnolo.
Pizzo, Tropea e Bagnara, invece, rappresentano le località dove, per antiche tradizioni, la pesca è l’attività più importante. Oltre la pesca del pesce spada, tipica della marineria di Bagnara, documenti storici citano la pesca del tonno praticata nel golfo di S.Eufemia. A tal proposito, lo storico Alberti dice testualmente che in quella zona, soprattutto nel mese di maggio, si pescavano un gran numero di tonni, addirittura in un sol giorno a volte anche mille di questi animali, che venivano salati e venduti in tutta Italia. La pesca avviene in maniera caratteristica: gli animali vengono segnalati dalla terraferma da dove vengono avvistati da torri costruite appositamente in posizioni strategiche.
In un documento del 1577 vengono citati i tonnarari come gente che si affittava le tonnare del
Regno, stando fuori casa dalla metà di marzo, fino alla metà di ottobre.
Il naturalista Minasi da Scilla, annotando il corso dei branchi di tonni, di pesce spada e di delfini, aveva accuratamente notato che in particolare i tonni, spesso inseguiti dai defini che cercano di predarli, migrano controcorrente, per facilitare la cattura del placton, disposti a cuneo, secondo cioè il maggior profilo idrodinamico di resistenza. |
Per quasi tremila anni, i pescatori hanno sviluppato una grande capacità di entrare in assonanza con
i fenomeni naturali, rendendo possibile un rapporto quotidiano di interazione con un elemento “estraneo”, “infido”, e “pericoloso” come il mare. Operando in un ambiente così’ imprevedibile si è
avuta la necessità di conoscere specificatamente luoghi, correnti, venti , tempeste, e non ultimo le
abitudini della preda. Le numerose regole magico-rituali di cui le operazioni di pesca sono
permeate, agiscono da strategia rassicurante nelle situazioni ignote o particolarmente rischiose,
nonché come fattore propiziatorio e incentivante di una pesca fruttuosa.
La descrizione delle antiche imbarcazioni e le modifiche apportate nel tempo, dapprima
impercettibili, poi sempre più drastiche, possono permettere di individuare i rapporti che i pescatori
hanno stabilito con la natura e gli altri uomini.
E’ molto probabile che nel corso della storia, i diversi sistemi tecnici della pesca si siano combinati,
perfezionandosi, adattandosi, sovrapponendosi, oppure, al contrario, restando in concorrenza l’uno
con l’altro, per omogeneizzarsi solo in periodi recenti.
Nella pesca, o per meglio dire nella caccia al pesce spada, il compito di assalirlo con velocità e
destrezza fu per secoli affidato al luntro. E’ un tipo d’imbarcazione risalente al XIV secolo, ma si
ritrova menzionato in documenti d’archivio a partire dal XV secolo e sotto vari nomi (luntre, lontre,
untro, luntru). Il suo nome pare derivi da “linter”, barca a fondo piatto utilizzata dai romani per la
pesca e il trasporto. Il luntro veniva costruito in legno di pino, gelso e quercia, il cui scafo era
dipinto di nero per risultare meno visibile al pesce e il cui interno era rosso nella parte inferiore e
verde in quella superiore. L’albero ripeteva, alternandoli questi tre colori.
Per questa imbarcazione, nei secoli venne attuato un estremo adattamento. Nel XIV secolo è lunga
28 palmi (7,22 m) e concepita per otto rematori; nel XV secolo è ancora un’imbarcazione
multifunzionale che può essere usata per diversi tipi di pesca; nel XVII secolo diventa
un’imbarcazione sempre più slanciata ed è in questo periodo che si menziona per la prima volta
l’esistenza a poppa di due piastre di legno chiamati anchinopoli, alle cui estremità sono fissati i due
remi più corti che danno all’imbarcazione una maggiore mobilità. Nel XVIII secolo il luntro è
un’imbarcazione a doppia propulsione e con doppio comando come una sorta di carro nautico. In
quest’ultimo caso, ogni marinaio svolge una funzione ben precisa, mentre una volta alcuni di essi
avevano un doppio ruolo (ad esempio, l’avvistatore fungeva anche da rematore), diminuendo la
rapidità delle manovre. Questa riorganizzazione delle funzioni si accompagnerà nel XIX secolo, ad
una strana inversione di termini: la prua si chiamerà poppa e viceversa anche se non s’invertirà la
barca ma solo la distribuzione dei remi e la posizione dei rematori per far sì che il luntro sia
un’imbarcazione idrodinamica adatta soprattutto per la pesca del pesce spada.
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