Nell'antica Grecia si distinguevano tre diversi tipi di magia: pharmakéia, la maghéia e la goetéia. Questa impostazione sarà continuata in pieno Quattrocento dai filosofi naturalisti come Cardano, Della Porta, Campanella. Anch'essi, come gli antichi Greci, vedevano nella pharmakéia la pratica magica legata alla conoscenza delle erbe e dei loro principi medicamentosi, la maghéia la pratica di derivazione ermetica, orientale, cabalistica, attraverso la quale l'uomo colto si avvicina ai misteri divini, alla ricerca della conoscenza e della perfezione, la goetéia era invece la cosiddetta magia nera, in nome della quale si compivano i crimini più nefandi. Un preconcetto nei confronti delle donne voleva che queste fossero le più capaci di possedere l'arte della goetéia, un preconcetto che si manterrà vivo in tutto il Medioevo cristiano e nei tribunali dell'Inquisizione. Gli antichi Greci credevano che fossero le donne vecchie, arse da un desiderio sessuale inappagato, le streghe più temibili e identificavano nella Tessaglia il luogo in cui esse si riunivano per compiere i loro crimini raccapriccianti: si raccontavano storie di tombe di giovani violate, di fanciulli rapiti e sacrificati, di orrendi riti di cannibalismo uniti alla più sfrenata ricerca del piacere. Anche nell'antica Roma vi era il terrore delle streghe; ne è testimonianza il racconto che fa Trimalchione ai suoi commensali durante la cena descritta da Petronio Arbitro nel Satiricon in cui un ragazzo giovane e bello muore e il suo corpo viene violato e martoriato dalle streghe. Petronio conclude dicendo: «Esistono donne che sanno cose che noi non immaginiamo nemmeno, maghe notturne capaci di capovolgere l'ordine naturale delle cose». Anche Apuleio nelle Metamorfosi descrive una donna nell'atto di compiere riti magici nel chiuso del suo antro-laboratorio dove «Fanno bella mostra membra in gran copia strappate ai cadaveri dopo il compianto funebre e persino dopo la sepoltura: qua nasi e dita, là chiodi di condannati al supplizio della croce con su dei brandelli di carne, altrove fiale contenenti sangue di giustiziati e teschi recisi, contesi alle zanne delle fiere. Successivamente ella recita le formule magiche su delle viscere ancora palpitanti, sparge in espiazione liquidi vari e offre libagioni di vino mescolato. Poi intreccia e annoda tra loro capelli e li pone a bruciare nella brace insieme a una gran quantità di profumi. Ecco che subito l'irresistibile potenza dell'arte magica costringe i Numi a intervenire con la loro occulta energia…». Dalla letteratura romana, dalla mitologia greca e germanica si è ereditata la credenza della donna che si trasforma di notte in strega dalle sembianze d'uccello predatore, volando nei cieli fra grida terrificanti e pronta a entrare nelle case per divorare i bambini. Le donne accusate di questi crimini erano quasi sempre donne sole, anziane, vedove, senza alcuna protezione sociale sulle quali venivano riversate tè paure più profonde delle classi popolari. Dal punto di vista giuridico queste donne, proprio perché non erano più sotto la tutela del padre u del marito, non avevano una loro identità e l'autonomia che conquistavano attraverso la vedovanza era spesso oggetto di riprovazione sociale tanto che su di esse prendevano forma tutti i pregiudizi e le fobie sessuali del popolo. Spesso l'accusa di maleficio di cui sono oggetto le donne colpiscono proprio quelle anziane che per esperienza sono in grado di conoscere i segreti delle piante e le loro virtù terapeutiche: ciò avviene anche a causa dell'arretratezza della medicina e della diffidenza con cui vengono considerati gli studi dei saggi e dei filosofi. Le streghe sono causa di malattie e colpiscono le persone con ogni sorta di maleficio tanto da procurare paralisi, gonfiori, dolori agli arti, alto stomaco, al capo e gli esperti in materia assicuravano che esse erano in grado di fare uscire dalla bocca del malcapitato aghi, ferri, pietre e carta.
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