Gregorio Caloprese è definito da Giambattista Vico "gran filosofo renanista" ed alla sua scuola si formano Pietro Metastasio, Nicola Cirillo, Gian Vincenzo Gravina, Francesco Maria Spinelli. Non è sostenitore della poesia e della poetica barocca, perché il Caloprese, pensa che la poesia non è una imitazione passiva dei classici antichi ma "una radunanza di precetti raccolta da molti esempi, e stabilita dalla ragione". Tra i suoi scritti "Commento alle opere di Mons. Della Casa", e il saggio dal particolarissimo titolo "Lettura sopra la concione di Marfisa a Carlo Magno, contenuta nel Furioso al canto trentesimottavo, oltre l'arificio adoperato dall'Ariosto, in detta concione, si spone ancora quello, che si è usato da Tasso nell'oratione d'Armida a Goffredo" .
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