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In paese le feste di Natale procuravano un’arcana quiete nell’anima; in ogni casa si contavano con ansia i giorni che mancavano alla Notte Santa. In quella del piccolo Leo tornava da lontano il padre, ad allietare la festa con la sua presenza e a costruire, come tutti gli anni, il presepe per il figliolo. Tornava dalla Svizzera, dove il freddo era pungente, ma il cielo era pieno di stelle, come le città piene di luci. In poco tempo il presepe era pronto e, come sempre, Maria discendeva dall’alto e riprendeva il suo posto accanto al Bambino Gesù; dall’altra parte c’era, inginocchiato e appoggiato al suo bastone da viaggio, san Giuseppe, assorto nel grande mistero. Leo vedeva nel suo presepe tornare i re Magi dall’Oriente, gli angeli che cantavano, i pastori con le zampogne e tanta altra gente davanti alla grotta, una folla che offriva doni al Redentore.
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Sembrava un vero paese: Leo si fermava a guardare tutte quelle figurine e gli angeli, che danzavano felici come bambini leggeri ad inseguire per i campi un aquilone. Anche in quello, come in tutti i presepi, c’era la figurina dell’incantato. L’incantato era un povero infelice, che non aveva nulla e nulla portava al Bambinello. S’era fermato accanto alla grotta, non si muoveva e non faceva niente: stava lì a braccia aperte, a bocca spalancata, a guardare estasiato. Intorno, un affollarsi di pastori offerenti e Gesù che sorrideva sulla paglia; mentre, in ogni dove, la gente era diventata buona come ogni anno, perché era Natale; i poveri, però, erano rimasti ancora poveri e mentre Gesù nasceva migliaia di bambini morivano per fame.
Dopo le feste il padre di Leo, disfatto il presepe, era tornato in terra straniera per fittare ancora le proprie braccia per un tozzo di pane. Il ragazzo, rimasto con la madre, era riuscito a trafugare da quel presepe la fugurina dell’incantato, nascondendola accanto al letto. Prima di pigliar sonno ogni sera la rimirava, la interrogava e l’incantato restava sempre muto a fissarlo con le braccia aperte, gli occhi fissi e la bocca spalancata. Ma una notte un lampo attraversò la finestra, poi un tuono spaurì Leo che si mise a tremare.
La mamma, stanca per le fatiche del giorno, non avvertì nulla; il piccolo aveva tra le mani la figurina dell’incantato e lo sentì balbettare qualcosa: le braccia e gli occhi acquistarono movimento. L’incantato, per miracolo, cominciò a raccontare le storie che non aveva mai voluto raccontare a nessuno, lui che aveva capito tutto, che conosceva il miracolo della nascita del Redentore. Gli parlò del presepe, della storia dei pastori e dei macellai, degli arrotini e dei fornai, dei pescivendoli, e delle donne che, con una brocca in testa, andavano al pozzo per attingere acqua. Gli raccontò delle case con dietro le palme e delle città con le bianche cupole; gli parlò delle fatiche degli uomini, perché i ragazzi oggi non conoscono nulla delle culture contadine, nulla dei lavori antichi, nulla delle fiabe.
Gli parlò di Gesù che nacque in una stalla, degli animali che lo adoravano prima degli uomini. Leo lo ascoltava incantato: gli occhi fissi, la bocca spalancata e le braccia aperte, come la figurina del suo presepe. L’incantato gli raccontò, come nessuno seppe mai raccontare, di quel Dio che si era adagiato in una mangiatoia sotto carne di un bimbo, nudo e povero come tutti i bambini della terra. Gli parlò di occhi che non guardano al mondo dei senza pane, dei senza speranza, dei senza tetto e dei senza amore. Gli parlò di quel Bambino che fra gli uomini cercò i semplici, e tra i semplici i fanciulli.
Leo incrociò le braccia sul petto e si addormentò dolcemente. La figurina dell’incantato restò sul comodino, di nuovo muto, la bocca spalancata e le braccia aperte; forse felice di aver raccontato a un bambino ciò che non volle mai raccontare a nessuno in duemila anni di storia.
Testo di Achille Curcio
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